Sono davanti allo schermo, con il mio headset addosso. Avevo programmato tutto in pochi minuti: font, stile, colore. Tappetto nervosamente sul microfono per verificare che funzioni e...
Niente.
Non so cosa dire.
Mi è sempre capitato, in ogni momento: avere un sacco di pensieri ma non sapere esattamente come esprimerli. Eppure mi ero deciso: finalmente avevo preso il coraggio a due mani e avevo creato uno spazio mio, dove dire tutto quello che volevo dire.
Nonostante ciò, non so come iniziare.
La parte più difficile di qualunque opera mi sta impedendo di cominciare quello che poteva benissimo essere uno sfogo singolo, senza prosecuzione. Eppure non ho intenzione di mollare.
Improvvisamente, ho quello che gli psicologi chiamano "Insight", un'illuminazione. Come ho già fatto, posso cominciare prendendo in prestito una frase da altrove. E la frase che ho in mente, ne sono sicuro, sarebbe approvata da almeno un paio dei miei amici.
Un bel respiro, ed inizio a parlare.
"Listen to my story. This... may be our last chance. Non so bene se quello che sto dicendo verrà sentito da qualcuno, ma sono arrivato al punto di doverlo dire, anche se solo al vento.
Mi chiamo..." esito. Voglio che qualcuno mi possa riconoscere? O è meglio usare uno pseudonimo, anche se conosciuto?
"Mi potete chiamare in diversi modi. Il mio primo nickname è stato Tankman. Poi ho usato un'impronunciabile sequenza di lettere palindroma. Ora uso Dystopic, con la ipsilon al posto della prima 'i'". Prendo confidenza man mano che vado avanti col discorso, inizio ad andare a braccio sempre più, lasciando perdere il copione che avevo in mente.
"Sono convinto che chi mi sta ascoltando si stia chiedendo cosa stia succedendo. Già sento le domande classiche: 'Ma cosa vuole questo? Ma chi si crede di essere? Ma perchè sta sprecando aria preziosa?'. Beh, sono tutte domande che mi sono effettivamente posto negli ultimi tempi". Prendo un altro respiro: mi serve molto coraggio per andare avanti da questo punto in poi. Eppure ora non posso più tornare indietro, non me lo perdonerei mai.
"Questo... spazio, questo angolo dell'immenso web che ho deciso di occupare è per me un contenitore. Un baule in cui riporre almeno parte del peso che mi sento sulle spalle. E che, lo sento, mi sta piegando sempre di più". Dò un colpo di tosse per mascherare il fatto che, lo sento, le lacrime stanno già iniziando ad accumularsi. Ma, me lo sono già detto, non posso fermarmi.
"Sono uno studente universitario. Ho terminato, anzi, quasi terminato la laurea triennale in... psicologia. Diciamo psicologia perchè dire il nome completo del corso sarebbe un'inutile precisazione. Ora che ho detto l'ambito di studio sono sicuro che tutti quelli di voi che stavano pensando che fossi un po' toccato ora sono sicuri che io sia toccato. Una buona percentuale di voi invece crede che il mio corso non serva a nulla, che a queste cose non ci crede, eccetra eccetra..." un sorriso mi si forma automaticamente, pensando a quanto io possa essere andato vicino alla realtà "Beh, avete un po' ragione. Quelli che mi hanno etichettato come fuori di testa, intendo. Per gli altri non intendo sprecare parole". E con questo sono sicuro di essermi giocato i due poveri disgraziati che avevano per caso trovato questa registrazione, magari cercando in maniera sbagliata qualche informazione sul tema tanto caro ad Orwell e Huxley.
"Comunque sia, se mi state ancora ascoltando, vi dirò in breve cosa sta succedendo. Al momento mi sento come chiuso in un videogioco. Come quando siete arrivati ad un pezzo molto avanzato del gioco e vi ritrovate ad un punto che non riuscite a superare, nonostante voi ci proviate più e più volte. Spesso, quando mi sono imbattuto in queste situazioni, mi bastava lasciare perdere per un'ora o due, magari un giorno, e riprovarci, con una mente più riposata. Era semplice, intuitivo". Mi fermo per bere un sorso di the. Il calore mi rinfranca, come se l'energia di cui io abbia bisogno in questo momento sia quella termica.
"Beh, la vita vera non è così. Mi sento come costretto a ripetere sempre gli stessi errori, senza possibilità di scampo. Sono così vicino alla fine del livello che posso sentire la musica di vittoria in lontananza... Ma, se mi permettete di rubare un'altra frase all'inglese, sono 'so close yet so far away' dall'obbiettivo. Un paio di esami, la tesi ed avrei finito la laurea. Poi potrei smettere qui i miei studi, potrei finalmente visitare il Giappone, potrei trovarmi un secondo lavoro part-time per potermi comprare tutte le cose inutili che ho sempre guardato su Internet..." di nuovo le lacrime fanno il capolino, nonstante io stia parlando con il sorriso in volto: "Eppure... Eppure eccomi qui. Ad affidare a dei bit, a degli sconosciuti o meno, le mie riflessioni". Lo schermo mi risponde in silenzio, senza commentare quello che sto facendo, senza darmi illusioni, senza giudicarmi. Posso quasi vedere il mio riflesso, ma preferirei non farlo: è molto che non riesco a guardarmi negli occhi. "Oggi ho deciso di esternare quello che mi dà più fastidio. Oggi ho deciso di dire basta al tenere tutto dentro. Oggi ho deciso di raccontare la mia storia."
Mi fermo, forse per qualche secondo di troppo. Sto pensando a come concludere questa accozzaglia di parole con poco senso. Una frase ad effetto, come quelle che usavo mettere alla fine dei temi che scrivevo a scuola.
Di nuovo, la giusta citazione mi viene in soccorso.
"Miei venticinque spettatori. Nel caso sarete di nuovo qui, vi darò di nuovo il benvenuto. Questo è l'inizio della mia storia."
Premo un tasto sulla tastiera e tutto comincia.
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